Patrizia Cogliati • 30 giugno 2026

Il matrimonio non è del fotografo. È della coppia. (E qualcuno dovrebbe ricordarselo.)

C'è una scena che vedo sempre più spesso.

Gli sposi escono dalla cerimonia.
Gli invitati li aspettano.
Ci sono abbracci, lacrime, brindisi, bambini che vogliono saltargli al collo, la nonna che aspetta il suo momento.

E invece...

"Fermi tutti! Andiamo a fare un'ora e mezza di shooting."

No.

Anzi.

Per favore, no.



Negli ultimi anni il matrimonio sembra essersi trasformato in una gigantesca produzione fotografica, dove gli sposi vengono trascinati da una location all'altra come modelli professionisti.

"Guardatevi."
"Non guardatevi."
"Camminate."
"Rifatelo."
"Più lentamente."
"Ora fingete di ridere."
"Ancora."

A un certo punto viene quasi da chiedersi:
ma vi state sposando o state girando una pubblicità di profumi?

Il giorno del matrimonio non è un workshop

Lo so.

Le foto artistiche sono bellissime.
Anche a me piace creare immagini d'impatto.

Ma c'è una domanda che mi faccio sempre prima di prendere in mano la macchina fotografica:

Questa foto vale davvero il tempo che sto togliendo agli sposi?

Perché quel tempo non torna più.

Gli amici che stanno brindando.
Lo zio che racconta quella storia che tutti aspettavano.
La mamma che finalmente si rilassa.
Il papà che si commuove quando nessuno lo guarda.

Sono momenti irripetibili.

Una posa, invece, si può sempre rifare.
Un'emozione vera, no.

Quelle infinite sessioni di coppia...

Lo so che qualcuno adesso starà storcendo il naso.

Ma diciamocelo.

Davvero servono novanta minuti di servizio di coppia?

Davvero servono quattro location?

Davvero bisogna far camminare gli sposi avanti e indietro cinquanta volte?

Nella mia esperienza, no.

Anzi.

Dopo i primi venti minuti succede quasi sempre la stessa cosa:

gli sposi iniziano ad avere fame.

Pensano agli invitati.

Chiedono che ore sono.

Si preoccupano perché stanno lasciando tutti da soli.

E soprattutto... iniziano a non divertirsi più.

E se il matrimonio smette di essere divertente, abbiamo già perso qualcosa.

Io preferisco un'altra filosofia

Quando fotografo un matrimonio, il mio obiettivo non è dimostrare quanto sono bravo.

Quello lo lascio ai concorsi.

Il mio lavoro è fare in modo che gli sposi possano vivere il loro matrimonio.

Non il mio.

Per questo il momento dedicato alla coppia è breve, rilassato e naturale.

Ci prendiamo il tempo necessario.

Respiriamo.

Ci allontaniamo qualche minuto dal caos.

Creiamo immagini autentiche.

Poi si torna dagli amici.

Perché il matrimonio sta succedendo lì.

Non davanti al mio obiettivo.

Il fotografo dovrebbe quasi sparire

È una cosa che dico spesso.

Se alla fine della giornata gli sposi ricordano continuamente il fotografo che dava ordini...

...forse il fotografo era troppo presente.

Io preferisco che, riguardando le foto anni dopo, dicano:

"Non mi ero nemmeno accorta che fossi lì."

Per me è uno dei complimenti più belli.

Perché significa che ho raccontato la giornata senza interromperla.

Le foto perfette o i ricordi perfetti?

La fotografia di matrimonio non dovrebbe essere una gara a chi realizza l'immagine più spettacolare.

Dovrebbe essere il racconto di una giornata che esiste una volta sola.

Le fotografie bellissime possono convivere con i ricordi.

Non bisogna scegliere.

Ma se, per ottenere una foto, devo sacrificare un pezzo del vostro matrimonio...

io quella foto preferisco non farla.

Perché tra vent'anni non ricorderete quanto era perfetta la posa.

Ricorderete chi vi ha abbracciato.

Chi vi ha fatto ridere.

Chi c'era.

E se le mie fotografie riusciranno a riportarvi esattamente lì, allora avrò fatto bene il mio lavoro.

Anche senza farvi camminare avanti e indietro in un vigneto per quarantacinque minuti.

Promesso.

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